Ursus Ladinicus: l’orso erbivoro delle caverne

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Ursus Ladinicus: l’orso erbivoro delle caverne

Messaggioda Bron ElGram » lunedì 22 ottobre 2018, 20:37


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Ursus Ladinicus: l’orso erbivoro delle caverne
Un museo in Val Badia dedicato all’orso preistorico delle Dolomiti racconta la storia straordinaria della scoperta di questa specie vissuta 40.000 anni. In un ambiente, all’epoca, con clima più mite e vegetazione più lussureggiante

CARLA RESCHIA
Nello straordinario paesaggio montano delle Dolomiti, 50 mila anni fa prima dell'ultima glaciazione, convivevano orsi e leoni, sebbene non proprio in pace. Orsi diversi da quelli contemporanei, molto più grandi, esemplari di una delle tante varietà che in passato popolavano quasi l’intero emisfero Nord della Terra, dalla tundra artica sino alle zone subtropicali.


A San Cassiano, in Alta Badia, il museo intitolato all'Ursus Ladinicus racconta una scoperta unica: nel settembre 1987, durante un'escursione, un alpinista notò per caso l'imbocco di una grotta ai piedi della Cima delle Conturines, a 2800 metri di altezza.
Benché dalla valle, oggi, la si scorga a occhio nudo sul fianco della montagna, in passato non era mai stata notata, forse perché chiusa dai ghiacci.

Dentro, dopo una breve salita, la "sala dei crani", uno spazio pieno di ossa di leoni e di orsi delle caverne risalenti a 50 mila anni fa. Una sessantina di scheletri in tutto tra cui gli scienziati dell'università di Vienna sono riusciti a identificare una nuova specie di orso preistorico, l'Ursus Ladinicus appunto, chiamato così in onore al territorio delle valli ladine.


Un po' più piccolo dell'enorme e contemporaneo Ursus Ingressus, che poteva arrivare fino ai 1500 chili, era comunque un bestione di 1200 kg per oltre 2,5 metri di altezza che però, malgrado i canini inquietanti, era del tutto erbivoro e prediligeva erba, foglie molto tenere e fiori. Infatti d'inverno, non potendo nutrirsi, cadeva in un letargo molto più profondo di quello degli orsi contemporanei: i battiti cardiaci rallentavano, la temperatura corporea scendeva di diversi gradi e l'animale poteva passare tutta la stagione fredda senza mangiare.

Si tratta della prima e per ora unica traccia che dimostra la presenza dell'orso delle caverne nell'intera zona dolomitica e del ritrovamento alla quota più alta mai registrata.
All'epoca, nel periodo preglaciale, le Dolomiti quindi dovevano avere un clima molto più mite - oggi gli alberi arrivano al massimo fino al limite dei 1900 metri - e una vegetazione fitta e lussureggiante adatta alla dieta degli orsi, che abitavano l'intera zona e usavano la grotta per i letargo e per il parto: tra i ritrovamenti, infatti, ci sono molte ossa di cuccioli.


La storia e gli ambienti, ricostruiti, della grotta (quella vera si può visitare su appuntamento, ogni giovedì, con una guida del parco di Fanes-Senes-Braies) sono il cuore del museo, nato come sede distaccata del Museum Ladin Ciastel de Tor di San Martino.


Uno spazio su due piani progettato da Rainer Verbitz, l'architetto austriaco che ha collaborato con Renzo Piano all Centre Pompidou di Parigi. ricco di installazioni video e multimediali, dove spicca la ricostruzione di uno scheletro intero dell'orso fossile.

Dall'allevamento dei piccoli orsi, alle abitudini, fino alla loro misteriosa morte, il percorso segue la storia degli antichi abitanti della grotta delle Conturines e presenta i loro nemici: l'uomo di Neanderthal, di cui però non ci sono tracce nella caverna, e i leoni che insidiavano soprattutto i cuccioli e gli esemplari anziani, ma sfidavano anche gli adulti in combattimenti all'ultimo sangue.


Ma la nuova sfida per indagare sul passato delle Dolomiti arriva da un'altra straordinaria cavit à sotterranea che si apre nella zona e che si sta esplorando con mille difficoltà dal 1994, l'abisso del Cenote, tra il Piz Conturines e Cima Lavarella. A 2940 metri di quota, sul fondo di un lago prosciugato, tra roccia e ghiaccio, si apre un pozzo verticale, che in un dedalo di voragini e cadute d'acqua porta, 285 metri più in basso, a una sala sotterranea che rappresenta il più vasto ambiente mai esplorato nelle Dolomiti, con una lunghezza di circa 120 metri per 40 in media di larghezza. Le correnti di aria gelida che percorrono il pozzo e la grotta fanno suppore agli speleologi che da lì si arrivi ad altri vani ancora più profondi, forse connessi con cavità e fratture alla base delle pareti esterne. Dove l'accumulo del ghiaccio e la struttura rocciosa potrebbero fornire nuove informazioni sul clima del passato e sull'evoluzione della catena montuosa.

http://www.lastampa.it/2018/10/20/scien ... agina.html
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Bron ElGram
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