Longevità, i geni potrebbero pesare meno di quanto pensavamo

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Longevità, i geni potrebbero pesare meno di quanto pensavamo

Messaggioda Bron ElGram » mercoledì 7 novembre 2018, 21:06


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Longevità, i geni potrebbero pesare meno di quanto pensavamo
Lo rivelano analisi matematiche e statistiche su 400 milioni di persone. Partner, ma anche cognati o parenti acquisiti hanno una durata di vita simile, spesso più di quanto avviene fra fratelli. Ecco perché

La matematica non inganna: la genetica potrebbe avere un impatto molto inferiore, rispetto a quanto ritenuto fino ad oggi, nel determinare la longevità dell’individuo. A svelarlo è uno studio statunitense, basato su ampie indagini statistiche, che è stato pubblicato sulla rivista Genetics, il giornale della Genetics Society of America. Finora, si pensava che l’ereditarietà dei caratteri pesasse, rispetto alla durata della vita, con una percentuale dal 15 al 30%, mentre secondo i ricercatori Usa l’impatto dei geni scende sotto al 10%. I risultati sono stati ottenuti tramite analisi complesse su un campione di dati che includono gli alberi genealogici di 400 milioni di persone, dall’800 fino ai primi anni del ‘900.

I ricercatori si sono serviti della genealogia online fornita dalla banca dati Ancestry, eliminando elementi sensibili e considerando soltanto anno di nascita, anno e luogo di morte e connessioni familiari delle persone registrate in questo sistema.

Da questo lavoro di selezione, gli autori sono riusciti a mettere insieme i dati di 400 milioni di persone, principalmente americani discendenti dagli europei che hanno colonizzato il continente. A partire da questa mole di dati, hanno messo in relazione il grado di parentela con la longevità degli individui.

Dai risultati emerge che la genetica ha un peso probabilmente pari al 7%. Oltre a questo dato, emergono altri elementi di interesse: ad esempio, la lunghezza della vita dei coniugi è spesso correlata, ovvero molto simile.

Ma ciò che più sorprende è che questo risultato vale spesso anche per cognati e cugini acquisiti – dunque parenti non di sangue e che non condividono lo stesso ambiente domestico –, nonché perfino per zii e zie acquisite, sempre stando ai dati statistici. Questi dati chiamano in causa la presenza di qualche altro fattore finora non considerato.

I ricercatori individuano un possibile elemento nel cosiddetto accoppiamento assortativo. In generale, questa espressione indica quando l’accoppiamento fra persone (o animali) avviene in maniera non casuale, ma secondo specifiche preferenze. “In questo caso – spiega Graham Ruby, primo autore dello studio – l’accoppiamento assortativo indica che alcuni fattori collegati alla longevità tendono ad essere molto simili fra i partner”. In altri termini l’individuo propende a scegliere un compagno di vita con tratti familiari, in questo caso longevità somigliante.

Certo, non è semplice capire a prima vista chi vivrà quanto noi: infatti, l’accoppiamento assortativo non si basa effettivamente sulla durata della vita, ma su caratteristiche esterne – genetiche o socioculturali – del partner che possono influenzarla. Quali? Ad esempio, una persona alta può desiderare più frequentemente di avere un partner alto: e l’altezza è un fattore genetico che può contribuire anche alla durata della vita. Ma ci sono tanti fattori anche non genetici: ad esempio lo stato socio-economico, il paese di provenienza, il livello di educazione, possono determinare la scelta di un partner piuttosto che un altro. E anche questi elementi hanno un peso rispetto alla salute e alla longevità.

Proprio l’influenza di tali fattori legati all’ambiente esterno mostra come la genetica possa avere un peso relativamente ridotto rispetto alla longevità. Il fatto di aver sovrastimato il peso dei geni può essere in parte legato all’effetto confondente dell’accoppiamento assortativo, spiegano gli autori: togliendo tale effetto l’impatto della genetica si riduce appunto al 7% (o forse anche meno).

https://www.wired.it/lifestyle/salute/2 ... efresh_ce=
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