Le prigioni senza sbarre

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Le prigioni senza sbarre

Messaggioda Bron ElGram » martedì 3 giugno 2014, 20:56


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Le prigioni senza sbarre

di Moncef Guitouni

PREFAZIONE: Questo articolo descrive le prigioni senza sbarre che gli esseri umani si costruiscono come reazione a quello che hanno vissuto, hanno subito o credono di avere subito. Queste prigioni insidiose minano il loro rapporto con gli altri e con la conoscenza obiettiva della società. Allora e adesso, l’autore invita a liberarsi da queste prigioni che soffocano e rendono ciechi.

Da circa 40 anni, nel quadro della mia professione, ho cercato di far prendere coscienza alle persone affinché si interessassero al pieno sviluppo delle loro potenzialità, affinché avessero la volontà di migliorarsi, di correggersi e pertanto liberarsi delle prigioni nelle quali si rinchiudevano piangendo sulla loro sorte e biasimando gli altri per le ingiustizie che credevano di avere subito. A quei tempi si voleva attribuire la causa di tutti i mali ai genitori, alla chiesa ed alle norme sociali. Si faceva ricadere allora la colpa sulle strutture esistenti da molte generazioni senza mai prendere in considerazione la parte di responsabilità di ciascuno.

Questo concetto ha impregnato i diversi sistemi d’intervento presso i giovani, mettendo l’accento sulla ricerca di giustificazione dei comportamenti. Si è voluto capire la rivolta dei giovani ai diktat di una società ingiusta, autoritaria e perfino feudale. Tuttavia, questa forma di analisi dei problemi sociali, che consiste nell’identificare i torti di un sistema, ha avuto l’effetto di creare una chiusura dell’intelligenza dell’individuo e una diminuzione della capacità di comprendere o intravedere tutte le opzioni che gli vengono offerte. Così questo individuo non vede più quello che può fare da sé per migliorare la sua vita e uscire dalla sua prigione perché è fissato su quello che gli altri devono fare per migliorarsi o correggersi. Questo atteggiamento può arrivare fino ad esigere dagli altri le scuse per i torti che gli avrebbero forse fatto nel corso della sua vita. Tuttavia è imperativo che coloro che subiscono o credono di subire delle ingiustizie voltino pagina per andare al di là di quello che hanno vissuto e quindi sviluppare un’identità personale, piuttosto che rimuginare continuamente su un passato sempre presente.

Non si tratta quindi di adottare un approccio moralizzatore allo scopo di rimproverare a chiunque di impietosirsi sulla sua sorte, ma piuttosto di mettere in atto un processo di evoluzione allo scopo di utilizzare meglio le energie impiegate nel voler vendicarsi del passato per ottenere una soddisfazione nel presente. È questo sentimento di vendetta, conseguente ad una sofferenza vissuta, una vendetta contro colui o colei che ci ha fatto soffrire, che ci imprigiona, ci impedisce di liberarci e di farci uscire da questa prigione senza sbarre. Quando una persona è animata dal desiderio di vendetta, cerca soddisfazione. La persona si crede in diritto di esigere una riparazione seguita da gesti appropriati. L’intensità di queste pretese e di questi sentimenti che le giustificano, comporta una certa difficoltà a riflettere, a liberarsi e ad intravedere ciò che può significare un comportamento all’insegna della nobiltà d’animo e della magnanimità. L’essere vendicatore resta continuamente rinchiuso in quest’ingranaggio perché tutti i suoi desideri e tutte le sue speranze sono collegati a questo regolamento di conti.

Il sentimento di vendetta ci imprigiona

Negli anni Settanta, molte persone hanno rimproverato al loro padre o alla loro madre di avere commesso degli sbagli così come di avere preferito un fratello o una sorella, di averle umiliate o di averle private di qualcosa. I genitori sono stati rimproverati per ogni loro gesto come se le loro azioni fossero state fatte intenzionalmente o essi avessero deliberatamente cercato di nuocere. Peraltro, sembra che tutti siano caduti nella trappola dell’analisi di questi comportamenti per trovarvi delle spiegazioni alle ingiustizie subite da parte dei giovani e per questo incoraggiarli ad affermarsi. Si è allora confuso il regolamento di conti con l’affermazione di sé da parte dei giovani. Tuttavia, nel quadro del mio lavoro, ho spesso notato che questi genitori non erano neanche al corrente di questo sentimento doloroso vissuto dal loro figlio. Quest’ignoranza da parte loro ha lasciato credere ad un’apparente indifferenza, la quale è stata interpretata dal giovane come volontaria e malevola, e ha reso il suo sentimento di vendetta maggiormente giustificato.

Quando ho parlato di questo tema nel corso di una conferenza nel 1977, esso mi sembrava molto serio perché non si possono avere buone relazioni con gli altri fintanto che si è prigionieri di questo sentimento di vendetta. Questa ricerca di una soddisfazione di vendetta, in risposta alle ingiustizie subite, nuoce non solo allo stabilirsi di relazioni interpersonali sane ma anche allo stabilirsi di una solidarietà collettiva avente un profondo senso umano.

Negli anni Ottanta ho constatato un senso di diffidenza rispetto al passato

Purtroppo, c’è dell’altro ancora! Non si può capire il desiderio di vendetta senza menzionare il rancore. Una persona che subisce delle ingiustizie e non riceve soddisfazione alla sua vendetta, sviluppa, in contemporanea con questo desiderio, un sentimento di rancore. Essere rancoroso significa conservare un’informazione negativa di ciò che l’altro fa, e questo si verifica sia a livello emozionale che razionale. Pertanto diventa molto difficile fidarsi di chiunque, in quanto, nella vita di ogni giorno, si incomincia a cercare sistematicamente la compagnia di persone anch’esse piene di rancore. Ne consegue lo sviluppo di una solidarietà piuttosto negativa poiché questa forma di appartenenza si basa su una frustrazione emotiva comune che giustifica il mantenere il rancore stesso senza mettersi in discussione, senza liberarsi e nella convinzione di essere nel diritto di pretendere delle scuse, ovvero esigere dagli altri che solo loro si correggano e si migliorino.

I DECENNI SEGUENTI

Negli anni Ottanta ho constatato un comportamento particolare nei giovani e negli adulti, ovvero una forma di diffidenza in rapporto al passato, che ha creato una spaccatura con le loro origini, la loro appartenenza e la loro storia. Questa spaccatura ha lasciato credere che sarebbe stato possibile inventare una nuova via liberata dal comportamento delle generazioni precedenti le quali avevano orientato i giovani verso una vita contraria al senso della libertà e del diritto individuale di avere una vita a proprio piacimento.

La società è giunta a rifiutare di assumersi il ruolo di guida per orientare i giovani, soprattutto i bambini, adducendo a pretesto che toccava ad essi scoprire la loro vita, imparare a vivere da sé e capire che cos’è la vita. Certi adulti, animati da desiderio di vendetta e da rancore, legati ad un passato sempre presente, hanno stabilito nuove regole nell’educazione e nell’intervento presso i giovani. Regole con le quali tali adulti rendono i giovani quasi totalmente responsabili dei loro atti in quanto temono di commettere gli errori che essi stessi avevano rimproverato ai propri genitori. In nome della libertà, del diritto della persona e soprattutto nel nome del diritto del bambino ad avere la sua propria vita, la società si è ritrovata imprigionata in un approccio che somiglia al lasciar-andare.

Questo rifiuto di intervenire in quanto genitori e questo timore di ripetere gli errori dei loro stessi genitori seminano il dubbio nella loro capacità di educare i propri figli, poiché non si giudicano interamente qualificati. Questa ricerca di perfezione nasconde soprattutto la paura di subire le critiche da parte dei loro figli così come essi avevano fatto coi loro genitori. Ecco una nuova “prigione senza sbarre”. Questa ha contribuito al trasferimento della responsabilità educativa dei giovani alla televisione, alla strada o a sconosciuti.

La psicologia e il diritto diventano complici quando i criminai sono assolti e le vittime dimenticate

Abbiamo visto emergere una generazione di figli lasciati a se stessi, la chiave al collo, bambini che trascorrono le loro serate con il loro Nintendo o davanti alla televisione, e questo a causa dell’assenza degli educatori ovvero i genitori. Creando “i diritti del bambino”, lo Stato ha anche neutralizzato l’autorità genitoriale, sostituita dal diritto del bambino di denunciare i suoi genitori alla protezione all’infanzia con il pretesto di eccessivo autoritarismo. Questo tipo di diritto ha favorito nei giovani lo sviluppo di un sentimento di libertà, ma di una libertà irresponsabile.

Nel 1984 ho diretto un’inchiesta sulla violenza e i giovani. I risultati hanno permesso di identificare una variabile del tutto particolare, ovvero quella di una violenza senza senso di colpa. In altre parole, i giovani commettevano degli atti violenti senza avere paura e senza sentirsi colpevoli. La violenza era diventata normale. Ma cosa ci si può attendere da un bambino che non è cosciente delle sue responsabilità, che non è educato a conoscere i propri diritti e quelli degli altri, da un giovane affidato dai suoi genitori alla televisione ed ai video-giochi, se non che si identifichi con tutti quei film e con tutta la violenza che ha luogo nella società?

Negli stessi anni, nella società si è cercato di “comprendere” certi criminali esaminando il passato psicologico degli aggressori, ma si è dimenticato di considerare ciò che avevano subito le vittime. Piuttosto che punire l’aggressore, questo approccio curativo per aiutarlo e per prevenire eventuali recidive ha avuto l’effetto di normalizzare, in un certo qual modo, la percezione dei comportamenti devianti. La persona aggredita è stata così dimenticata per non dire completamente emarginata. Tutto questo stato di fatto invia dei messaggi chiari sui valori e la tolleranza che prevalgono nella società. Nella mia pratica professionale ho incontrato molti giovani diventati frustrati perché dovevano subire delle ingiustizie cosiddette “giustificate” dalla dolorosa storia psico-sociale di qualcun altro. Ironicamente, la pietà, si può dire, esige che non si critichi un essere umano sfortunato che ha subito tanto. Tuttavia, questa dinamica stabilita nel campo dei valori impone una forma di verità incontestabile che contribuisce a mantenere un processo di ingiustizia. La psicologia e il diritto diventano per così dire di connivenza quando i criminali sono assolti e le vittime dimenticate, talvolta sistematicamente screditate. Questo concetto snatura il senso reale dei valori.

Il decennio 1980-1990 è stato quello della giustificazione a tutto campo, sia riguardo la devianza dei giovani che la criminalità degli adulti. Benché si possano trovare delle spiegazioni correlate all’ingiustizia subita o alla mancanza di rispetto in cui si è incorsi, non è meno importante che né i giovani, né gli adulti abbiano il diritto di ripetere questi stessi schemi e di fare soffrire o di imporre l’ingiustizia intorno a sé.

VERSO IL XXI SECOLO: LE NUOVE PRIGIONI

Fino agli anni 2000 le norme sociali e giuridiche si sono evolute nella direzione della tutela dei tanti contro il comportamento deviante di alcuni. Le istituzioni, come ad esempio i centri di protezione della gioventù, hanno perseguito anch’esse la stessa strada con l’introduzione di meccanismi che hanno colpito parecchie persone. Quanti giovani sono stati privati dei loro genitori perché questi avevano commesso errori, tutto sommato, riparabili? Degli esperti hanno sovrastimato la gravità del comportamento dei genitori perché essi stessi forse erano condizionati dal loro sentimento di vendetta verso la loro stessa educazione.

Ricordiamo che in passato la società si era impegnata in un processo di accuse e di colpevolizzazione delle generazioni precedenti con la conseguente rottura con il passato. Direi persino un distacco dalle radici dei ruoli nei confronti degli altri. I genitori dell’epoca si sono ritirati dalla responsabilità sociale, si sono anche ritirati dalle loro responsabilità nei confronti dei giovani. Nel Québec, la rivoluzione tranquilla non ha avuto buoni risultati. Come ogni rivoluzione ha provocato molteplici danni collaterali.

Le ragazze hanno adottato il comportamento aggressivo delle loro madri, i ragazzi hanno copiato il comportamento di arretramento dei loro padri.

In effetti, il movimento di reazione nei confronti del passato ha favorito da una parte lo sviluppo di strutture e dall’altra parte delle forme di vita e di orientamento psico-sociali che hanno avuto degli effetti perversi, perché fondati su una vendetta e su un rancore verso un passato sempre presente. Queste strutture hanno portato ad un eccesso. Nell’educazione, nel diritto o nelle relazioni interpersonali, abbiamo adottato posizioni estreme. L’individualismo contemporaneo e la ricerca di soddisfazioni egoiste hanno prevalso a danno del senso delle responsabilità, dell’impegno, dell’educazione e del diritto della collettività.

In questo contesto, abbiamo visto emergere un femminismo poco corretto, direi anche aggressivo.

Questo femminismo ha portato gli uomini a sottrarsi dall’assunzione delle responsabilità in quanto uomini e questo per non essere accusati come era accaduto ai loro padri.

Peraltro, questo contesto conflittuale ha impregnato le relazioni tra ragazzi e ragazze. Queste hanno adottato il comportamento aggressivo delle loro madri mentre i ragazzi hanno copiato il comportamento inesistente dei loro padri a tal punto da allontanarsi sempre di più dalle ragazze che essi giudicavano troppo aggressive. È evidente che le ragazze hanno il diritto di essere pari ai ragazzi, ma vendicare quello che le loro madri avevano subito o creduto di avere subito è tutt’altra cosa.

Più recentemente, osserviamo una tendenza diversa in quanto molte giovani cominciano ad allontanarsi dal femminismo della loro madre. Questo prendere le distanze potrebbe risultare essere un errore se dovesse rimettere in questione i diritti della donna così duramente conquistati, ma potrebbe anche essere portatore di speranza, se favorisse un miglioramento delle relazioni tra gli uomini e le donne nel senso di liberarsi del desiderio di vendetta o dell’aggressività verso gli uomini [e viceversa.]

D’altra parte, il ragazzo deve liberarsi dalla paura di somigliare a suo padre, di questa immagine di padre aggressivo, autoritario, ingiusto e violento. Nel Québec, come del resto altrove, ci sono uomini violenti, ma non sono tutti violenti. È vero, possiamo dire che alcuni uomini hanno fatto molti errori, ma anche in questo caso non si deve generalizzare per l’insieme degli uomini. In effetti, nel Québec, la maggioranza degli uomini hanno relazioni affettive vere, anche se non sono apertamente dichiarate, poiché essere sentimentale è ancora percepito, da loro, come una debolezza.

Cos’è una prigione senza sbarre? È quella nella quale ci rinchiudiamo quando crediamo di avere ragione e quando non lasciamo all’intelligenza analizzare e capire il perché del nostro agire. Questo inizio del XXI secolo è portatore di speranza quando si osserva l’emergere e lo sviluppo della conoscenza dell’intelligenza emotiva. Anche se questa conoscenza comincia a diffondersi, deve essere ancora meglio conosciuta e integrata al fine di diventare una base di miglioramento di comportamenti e di educazione delle generazioni a venire.

Oggi molte persone si rinchiudono in un nuovo comportamento caratterizzato dalla mancanza di fiducia nell’altro. Non si tratta di insicurezza affettiva, ma di una nuova forma di insicurezza, quella della paura di lasciarsi imbrogliare, quella di essere sfruttato dall’altro, quella di fidarsi di persone che poi si rivelano truffatori.

Ecco dove può condurre la cieca credenza nei diritti della persona, la perdita del senso delle responsabilità e il diritto di agire senza tenere conto delle conseguenze. Sfruttare l’ingenuità e l’ignoranza delle persone diventa moneta corrente. Ci sono così talmente tanti giochi e poste in gioco nel funzionamento giuridico, economico e sociale, che bisogna contare sull’aiuto di consiglieri esperti per orientarsi. Più si avanza in questi labirinti tecnici e amministrativi, più si scopre che si tratta di truffa in più di una direzione.

Infine, nel mondo attuale, la prigione più pericolosa che si profila all’orizzonte consiste nelle fonti di informazione che costituiscono i media sociali. Si tratta di una prigione insidiosa, sempre più inglobante perché quasi tutti i media, come la radio e la televisione, [la alimentano]. I media stanno per diventare l’unica fonte di informazione pubblica mentre le informazioni che danno provengono da origini sconosciute. Come potremo valutare la loro qualità? Come la nostra intelligenza delle cose di questo mondo si troverà influenzata?∎

(Rivista Psychologie préventive no. 44 – 20012)

Bibliografia: Guitouni, M. (1984), (Dir.), Rapporto sui giovani e la violenza. Risultati di un’inchiesta. Montréal: SROH.

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