Come Diventare un Buddha in Cinque Settimane

Il codice etico della Gilda, la storia, i simboli, l’almanacco, l’organizzazione interna, etc.

Re: Come Diventare un Buddha in Cinque Settimane

Messaggioda Bron ElGram » sabato 23 gennaio 2016, 18:46


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Capitolo 16
La consapevolezza del cambiamento ovvero l'Illuminazione

La realizzazione del secondo potere, la presenza nella realtà, permette la realizzazione del terzo potere della buddhità, la consapevolezza del cambiamento.

Tutto è in continua trasformazione.
Questa grande scoperta costituisce la famosa illuminazione.
Essa è accompagnata da un'altra scoperta: che le cose dell'universo sono tutte dipendenti fra loro. Ce lo dice anche la nostra scienza fisica.

L'illuminazione consiste nella costante consapevolezza del continuo cambiamento della realtà.
L'illuminato non è semplicemente uno che ha scoperto che nella realtà tutto è soggetto a continuo cambiamento, ma uno che, una volta acquisita, non perde mai questa consapevolezza.
La scoperta deve essere introiettata a livello psichico profondo, ossia a livello inconscio, e ciò non può avvenire a seguito di un semplice ragionamento. Essa deve essere acquisita mediante un atto che comporti anche uno stato emozionale, poichè l'inconscio, ossia la memoria, memorizza in modo favorevole alla riproduzione, e quindi in modo condizionante la percezione cosciente, soltanto le esperienze accompagnate da uno stato emozionale. Ecco perchè solo un'esperienza personale può permettere questa acquisizione.
Un perdita, ad esempio, può diventare l'occasione per questa esperienza che diviene per noi una scoperta carica di emozione, perchè demolisce la nostra convinzione che la realtà sia costituita di cose, di persone, di oggetti, eterni, che non vengono mai meno.
Così l'esperienza diviene per noi, come lo fu per il Buddha, un'illuminazione.
Perchè ciò avvenga occorre richiamare alla mente il più frequentemente possibile, attraverso l'osservazione della realtà dentro di noi (intrapsichica) e fuori di noi (extrapsichica), la consapevolezza del continuo cambiamento.

La perdita diventa così un argomento su cui dobbiamo meditare frequentemente.
La perdita è un leitmotiv del buddhismo, ma non con connotazioni tragiche o pessimiste, bensì per esaltare l'importanza e la sacralità della vita, che in tal modo viene più apprezzata e goduta. Anche gli antichi romani tenevano nei banchetti uno scheletro simbolico per ricordare la caducità della vita "memento mori".

La realtà, e la vita, è come un film, che consiste nell'azione risultante dalla proiezione continua dei suoi fotogrammi e non nei suoi fotogrammi singoli. La vita è un film, non una fotografia. La vita è dinamica, non statica. Ma nella nostra mente ci sono delle fotografie e noi scambiamo quelle fotografie per la vita.
Perchè?
Perchè la nostra personalità infantile, che ci portiamo sempre dietro e che è pronta a balzare in primo piano a ogni crisi esistenziale (malattia, perdita, insuccesso, ...), e che alcuni non superano e non abbandonano mai, è incapace di affrontare il cambiamento perchè è incapace di dominare la realtà. Quindi noi ci creiamo un'illusione di sicurezza ritagliando dei fotogrammi dal film della nostra vita e attribuendo loro un valore di realtà.
Ecco che allora vivere l'illuminazione buddhista diventa anche crescere psicologicamente, passare dalla personalità infantile a quella adulta e divenire capaci di affrontare l'incertezza insita nella trasformazione continua della realtà.

L'illuminazione comporta una crescita psicologica dalla personalità infantile a quella adulta.

La pratica cui devi applicarti per realizzare l'Illuminazione è la seguente:
1. Calmo il respiro, rilasso il corpo, osservo con distacco i pensieri;
2. Esco dalla mente e osservo l'ambiente che mi circonda;
3. Osservo il cambiamento continuo che avviene dentro di me e fuori di me.
4. Sono consapevole della precarietà di ogni cosa.
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Re: Come Diventare un Buddha in Cinque Settimane

Messaggioda Bron ElGram » sabato 30 gennaio 2016, 18:26


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Capitolo 17
Il non attaccamento

La scoperta del continuo cambiamento della realtà ha su di noi una capitale conseguenza. Noi diventiamo consapevoli che non c'è niente di fisso a cui possiamo attaccarci.
ecco quindi che si sviluppa spontaneamente in noi il quarto potere della buddhità: il non attaccamento. E' il passo più difficile da compiere, ma è anche il più importante.
Esso costituisce un effettivo e definitivo passaggio dalla personalità infantile alla personalità adulta. Costituisce un abbandono definitivo e totale del bisogno di protezione, di punti di riferimento, di sicurezza. Non c' sicurezza infatti nel mondo reale, proprio perchè il mondo reale è in continuo cambiamento.

E' terribile, perchè ci si sente soli e abbandonati. Ma solo per colui che non può fare a meno di punti di riferimento e di sicurezze, che ha bisogno di assistenza e protezione. Cioè per il bambino. Per l'adulto no. L'adulto ha raggiunto la capacità di badare a se stesso, senza bisogno di assistenza e protezione, né di punti di riferimento, né di sicurezze. Egli ha in se stesso il suo punto di riferimento e la sua sicurezza perchè è centrato in se stesso. Per questo egli è capace di andare oltre e diventare genitore.
Perchè il non attaccamento gli fa superare anche l'egoismo personale dell'adulto. Egli non pretende più nulla dagli altri, non si aspetta più nulla dagli altri.

Un buddha non ha aspettative: accetta e gode ciò che c'è.
La tradizione lo ha chiamato per questo Tathata: ciò che è.

Le aspettative sono infatti la causa principale della nostra sofferenza.
Ma chiariamo che in non attaccamento non significa non amore, non mi sta a cuore, non m'importa, indifferenza.

Il non attaccamento è non pretesa di possesso.

Perchè l'attaccamento di cui si parla non è attaccamento all'altro ma a se. E' l'attaccamento all'Ego.
Ma come fare per liberarci dell'attaccamento?
La prima cosa da fare è prenderne coscienza.
Diventa cosciente dei tuoi attaccamenti. Essi si dividono in due grandi categorie: i possessi affettivi e gli attaccamenti materiali. Dai possessi affetti puoi liberarti considerando la loro precarietà. O meglio, la precarietà della presenza di quella persona nella tua vita.

La consapevolezza della precarietà di ogni cosa ti permette la conquista del potere del non attaccamento.

Sulla precarietà di ogni cosa devi meditare frequentemente.

Della precarietà di ogni cosa devi essere consapevole sempre.


Diventa cosciente della precarietà dell'esistenza e quindi della precarietà della presenza nella tua vita delle persone oggetto del tuo possesso affettivo. Pretendere la presenza di qualcuno non significa amarlo. In realtà significa voler essere amati da lui. Dietro questo falso amore c'è infatti un bisogno e quindi una pretesa.
Ma il bisogno non è un piacere, è sofferenza, in quanto a perenne rischio di non essere appagato.
La filosofia del Buddha è il piacere, non la sofferenza: è proprio contro la sofferenza che conduce la sua battaglia. Per questo predica l'amore. Perchè l'amore è gioia, è piacere.
Amare è godere dell'esistenza dell'altro, indipendentemente dalla sua presenza. Non forse così l'amore per Dio?
Non ti chiedo di abbandonare le persone che ami. Ti chiedo soltanto di diventare libero di goderti la persona che ami quando ci sono e di goderti qualcos'altro quando non ci sono.Di diventare libero di pretese nei loro confronti e capace di goderti la tua disponibilità per loro. Perchè essere disponibili, darsi, è un piacere.

Degli attaccamenti materiali puoi liberarti considerando la tua capacità di farne a meno. Incomincia da un piccolo attaccamento. Non con i vizietti come fumo, alcool, etc. che non sono piccoli, ma sono i più grandi che hai perchè sono tettarelle.
Le tettarelle del bambino. E la tua personalità di bambino, non avendo una mamma a cui succhiare i capezzoli, si succhia sigarette, cioccolatini, whisky, etc.
Prendi un piccolo attaccamento come guardare la tua trasmissione preferita e comincia a pensare cosa sarebbe della tua vita se questa trasmissione fosse eliminata dal palinsesto. Scoprirai che non accadrebbe nulla di particolarmente traumatico: faresti a meno di vederla e basta. Tutto qui.
Non devi naturalmente smetterla di guardarla. Un buddha non è un masochista. Devi semplicemente diventare capace di farne a meno. Cioè diventare libero di vederla o non vederla. Questo è l'eliminazione degli attaccamenti materiali.

Quando ti sarai liberato degli attaccamenti coprirai una cosa meravigliosa: che la consapevolezza della precarietà della vita e di tutte le cose ti fa apprezzare mille volte più di prima la loro unicità, la loro bellezza. Ogni attimo è unico e irripetibile e tu ne diventerai consapevole. E allora assaporerai con incredibile piacere ogni cosa, ogni persona, ogni situazione, per quanto fastidiose, per quanto disgustose siano.
Anzi è qui la grandezza della buddhità: non vedrai neppure più il fastidioso, il disgustoso, il brutto, il cattivo. Perchè ogni cosa, vista nella sua precarietà, nella sua unicità, è meravigliosa per il solo fatto di esistere.
Se ti sarai liberato dagli attaccamenti saprai apprezzare ogni persona, saprai amarla. Saprai goderla quando c'è. Senza pretendere che ci sia quando non c'è. E senza pretendere che sia diversa da com'è. Cioè senza attaccamento.

L'attaccamento è desiderio di ciò che non c'è.

Il non attaccamento è non pretendere ciò che non c'è ma apprezzare e godere ciò che c'è.


Prova a fare questo salto e la tua vita cambierà.

La pratica cui devi applicarti per realizzare il non attaccamento è la seguente:
1. Calmo il respiro, rilasso il corpo, osservo con distacco i pensieri;
2. Esco dalla mente e osservo l'ambiente che mi circonda;
3. Sono consapevole della precarietà di ogni cosa;
4. Faccio crescere dentro di me il non attaccamento.
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Re: Come Diventare un Buddha in Cinque Settimane

Messaggioda Bron ElGram » sabato 6 febbraio 2016, 18:01


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Capitolo 18
L'amore universale

Se ti fermassi alla realizzazione dei quattro poteri precedenti non saresti ancora un buddha.
Saresti un individuo autocentrato, autosufficiente, capace di bastare a se stesso e di godere di ogni situazione ma sostanzialmente isolato dagli altri, privo di quella capacità di comunicazione con gli altri esseri viventi e con l'intero universo che fa di noi umani esseri autocoscienti e capaci di amare.
Avresti sviluppato la tua personalità adulta, avresti imparato ad affrontare da solo la precarietà e l'insicurezza della vita, avresti sviluppato anche la tua personalità genitoriale, quella che ti rende capace di accettare gli altri come sono e di apprezzarne comunque la bellezza e l'unicità. E magari di aiutarli.
Ma non saresti un buddha.
Perchè non avresti realizzato quella serenità che abbiamo visto essere la caratteristica fondamentale di un buddha. Ed essa si realizza soltanto con l'amore universale.

Soltanto con l'amore universale, la vita si colma di pace e di gioia.

Non si può amare l'intero universo se prima non si è imparato a controllare la mente, a essere presenti nella realtà, a vedere il cambiamento, a lasciare gli attaccamenti.
L'amore universale si può nutrire soltanto con la mente libera dalla paura, con un contatto con la realtà, con la liberazione dai bisogni egoistici.
Essi sono impedimenti, confini, condizioni negative.
L'amore universale non ha confini, ne condizioni, ne termine.

L'amore universale è essere in contatto con l'universo, è diventare l'intero universo.

Cosa penseresti di una goccia dell'oceano che nell'attimo in cui si libra nell'aria sopra l'oceano credesse di esistere come essere separato dall'oceano a cui appartiene?
Che è una pazza!
E' esattamente quello che fai tu tutte le volte che ti senti solo, che credi di essere separato dagli altri, dall'universo cui appartieni.
Proprio questo ha scoperto il Buddha con l'illuminazione: che noi altro non siamo che cellule di un universo eterno, infinito, in continua trasformazione. E questo stesso hanno sperimentato i mistici di tutti i tempi e di tutte le culture: hanno vissuto la consapevolezza dell'appartenenza, della comunione con la totalità, che essi hanno identificato con la divinità.

Ma come sviluppare dentro di te l'amore universale?
Tramite la compassione.
Nell'amore universale vi è compassione e dedizione.
Compassione e dedizione hanno come fine la felicità di tutti e non pretendono nulla in cambio.


La compassione è la pianta da cui sboccia il fiore dell'amore.
Perchè proviamo naturalmente amore per tutti i cuccioli?
Perchè con la loro debolezza, impotenza, incapacità di nutrirsi, di difendersi, di sopravvivere, suscitano la nostra compassione.
Compassione significa provare la stessa "passione", cioè la stessa sofferenza.
Quindi fare propria, capire, la sofferenza altrui.
E' la comprensione a permettere la comprensione.

Siddharta stesso vide che comprensione e amore sono un'unica cosa: senza comprensione non vi può essere amore.

Comprensione significa conoscenza.
Conoscenza della storia, della vita, della sofferenza dell'altro.
Se tu ti interessi alla storia, alla vita, alla sofferenza dell'altro, non puoi fare a meno di provare compassione per la sua sofferenza.
E provare compassione per la sua sofferenza significa diventare lui.
Infatti la compassione che provi per lui è la compassione che provi per te stesso.
E' da te stesso dunque che inizia il tuo viaggio verso l'amore universale.
Non si tratta di autocommiserazione, di vittimismo, ma di onesta compassione per le sofferenze di quel bambino, di quel giovane, di quell'uomo che tu sei stato e che sei.
Se tu sei capace di compassione, di accettazione, di perdono, di stima per il bambino, il giovane, l'uomo che sei stato e che sei, tu sei capace di amare te stesso: il primo passo per imparare ad amare gli altri.
Quando avrai imparato ad accettarti, a perdonarti, ad avere compassione per le tue sofferenze, per le tue illusioni, per le tue passioni, per i tuoi sogni, per le tue delusioni, per le tue sconfitte, per le tue ferite, avrai imparato ad amarti. E potrai amare gli altri.
Questo in fondo è l'amore: vedere noi stessi nell'altro.
Infatti non vi è alcuna differenza sostanziale fra noi e gli altri esseri viventi: entrambi partecipiamo della nostra appartenenza all'universo, entrambi partecipiamo dell'esperienza della sofferenza.
La considerazione della sofferenza di tutti gli esseri induce alla compassione per tutti gli esseri e la compassione altro non è che amore.

Se tu hai davvero superato il tuo attaccamento ai tuoi congiunti, ai tuoi amici, a quei pochi esseri viventi dai quali fai dipendere la tua felicità, allora sei libero di amare ogni essere vivente dell'universo.
Perchè, adesso lo puoi capire, il tuo attaccamento, il tuo possesso affettivo per quei pochi esseri viventi non era vero amore, ma bisogno di essere amato da loro.
L'amore non porta con se alcun bisogno: non ti aspetti nulla da coloro che ami, non ti importa se sono consapevoli o no del tuo amore, non ti aspetti riconoscenza, non ti aspetti che ti restituiscano il tuo amore. L'amore è accettazione incondizionata.
Questa accettazione incondizionata è il fiore che nasce da una pianta con due radici: il non attaccamento e la compassione.

L'amore universale, come ogni altro sentimento, si sviluppa attraverso l'esperienza ripetuta di esso.
Sviluppare l'amore universale significa sviluppare la quarta personalità di cui noi esseri umani siamo capaci: significa andare oltre la nostra naturale animalità, oltre le tre personalità naturali del bambino, dell'adulto e del genitore per diventare un buddha... l'apice dell'evoluzione psicologica dell'essere umano.

La pratica cui devi applicarti per sviluppare entro di te l'amore universale è la seguente:
1. Sono consapevole di appartenere all'universo;
2. Considero la sofferenza di tutti gli esseri;
3. Provo compassione per tutti gli esseri;
4. Faccio crescere il mio amore per tutti gli esseri.
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Re: Come Diventare un Buddha in Cinque Settimane

Messaggioda Bron ElGram » venerdì 12 febbraio 2016, 22:58


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Capitolo 19
Il mantenimento dello stato di buddhità

Adesso tu sei un buddha, anche se la tua buddhità è soltanto iniziale e va rafforzata e ampliata fino a farla divenire la tua vera natura.
Occorre quindi una pratica di radicalizzazione dello stato di buddhità.

ESERCIZIO DEFINITIVO
1. Calmo il respiro, rilasso il corpo, osservo con distacco i pensieri;
2. Esco dalla mente e osservo l'ambiente che mi circonda;
3. Sono consapevole della precarietà di ogni cosa;
4. Mi libero da ogni attaccamento;
5. Faccio crescere il mio amore per tutti gli esseri.


Questo esercizio coincide sostanzialmente con la Vipassana, la meditazione tradizionale buddhista (ne è una versione semplificata poichè la versione tradizionale conta sedici fasi) e ti mette in contatto con i tuoi cinque poteri. Con la pratica richiederà solo pochi minuti e poi, dopo un periodo che varia da persona a persona, potrai farne anche a meno. Tu sarai diventato allora davvero un buddha.

Ma perchè ciò avvenga devi capire alcune cose.
La prima cosa è che la tua serenità deve essere messa al di sopra di qualsiasi cosa.
Non credere che questo sia un atteggiamento egoistico: tu non puoi aiutare nessuno se non conservi la tua serenità. E' come se su un aereo in quota mancasse l'ossigeno: non puoi aiutare i bambini a mettere la mascherina se prima non l'hai messa tu.

La seconda cosa è che la sofferenza ha tre cause immediate che derivano tutte dall'attaccamento: le aspettative, le paure, i sensi di colpa.
Ma sono tutte e tre infondate.
Le aspettative sono una pretesa che la realtà sia come la vogliamo noi ed è evidente che ciò non possa avvenire necessariamente e sistematicamente. Non è colpa degli altri se le nostre aspettative vengono deluse. Gli altri hanno il diritto di essere come sono indipendentemente dalle nostre aspettative. Semplicemente dobbiamo smettere di farcele.
Le paure sono sempre paure di qualcosa che non c'è. La quasi totalità delle paure sono paure immaginarie, infondate e quindi nevrotiche.
I sensi di colpa sono assolutamente privi di fondamento. La colpa esiste solo se tu compi il male sapendo che è male e con la precisa intenzione di compierlo. Ma solo un pazzo può fare una cosa del genere. Una persona normale non lo fa mai. Quindi quando tu dai agli altri la colpa della tua sofferenza compi un errore fondamentale: non sono gli altri che creano la tua sofferenza ma la tua reazione alle loro azioni.

Terzo sii cosciente che la sofferenza è necessaria per crescere in consapevolezza. La sofferenza va rispettata.
Si deve rispettare la sofferenza di ciascuno come occasione per crescere in consapevolezza, questo è l'atteggiamento del Buddha. Il voler togliere la sofferenza agli altri a tutti i costi o il farsi carico della sofferenza degli altri è nevrotico.
Specialmente quando non si è in grado di togliere la propria.
Pensa prima di tutto a togliere la tua sofferenza, soltanto così potrai pensare a togliere quella degli altri. Ma soltanto se chiedono aiuto. Non diventare schiavo del complesso del boy scout: quello che obbliga ad attraversare la strada la vecchietta che non voleva attraversarla!

Se qualcuno chiede aiuto, daglielo. Anzi dedica la tua vita ad aiutare coloro che chiedono aiuto. Questa è la pratica dell'amore universale, che se rimane solo contemplazione è sterile. Ma dai il tuo aiuto secondo le loro richieste, non secondo le tue opinioni. Lascia che siano loro a dirti di cosa hanno bisogno, non dirglielo tu.
Quelli che si fanno in quattro per dare agli altri ciò che loro ritengono sia un loro bene senza consultarli non sono degli esponenti dell'amore universale ma del colonialismo affettivo e culturale. E si sentono molto buoni per questo.


Commiato
Tu adesso hai messo in moto la ruota del tuo Karma.
Essa porterà a compimento la tua evoluzione spirituale.
Diventare un buddha, lottare per diventarlo e per rimanerlo, dà un senso e uno scopo alla vita. Pochi riescono a farlo e tu sei uno di quei pochi.

Nella tua via verso la buddhità ti sono accanto con la loro potenza e la loro energia tutti i buddha che ti hanno preceduto. Tua è la loro forza, tua è la loro consapevolezza, tuo è il loro amore.
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Re: Come Diventare un Buddha in Cinque Settimane

Messaggioda Bron ElGram » venerdì 12 febbraio 2016, 23:01


RICORDO CHE IL RIASSUNTO DEI MIEI APPUNTI E' QUI: https://docs.google.com/document/d/15cl ... sp=sharing
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