Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita

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Re: Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vit

Messaggioda Bron ElGram » martedì 11 agosto 2015, 8:22


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La memoria e il pensiero sono come una candela. Tu la spegni e la riaccendi di nuovo; tu dimentichi e tu ricordi di nuovo più tardi. Tu muori e rinasci di nuovo in un'altra vita.
Il cessare del pensiero e della memoria, ossia il vuoto mentale, è precisamente ciò che gli orientali chiamano meditazione.
Nell'esperienza c'è sempre il testimone ed egli è sempre legato al passato. La meditazione, al contrario, è quella completa inazione che è la cessazione di tutta l'esperienza. L'azione dell'esperienza ha le sue radici nel passato e pertanto è vincolata al tempo; porta all'azione che è inazione, e genera il disordine. La meditazione è la totale inazione che proviene da una mente che vede ciò che è, senza l'impiccio del passato.
Ma questa esperienza dell'osservazione del pensiero e del suo essere un prodotto della memoria conduce all'esperienza della non permanenza dello stesso pensiero e della stessa memoria.
Il pensiero può dare continuità alle cose che pensa; può dare permanenza a una parola, a una idea, a una tradizione. Il pensiero pensa se stesso come permanente, ma è permanente? Il pensiero è la risposta della memoria, e quella memoria è permanente? Può costruire un'immagine e dare a quella immagine una continuità, una permanenza, chiamandola Atman, o come vi piace, e può ricordare la faccia del marito o della moglie e restarle attaccato.
[...] Ma la fiamma che è stata spenta non è la stessa che la fiamma nuova. C'è una fine del vecchio perché il nuovo sia. [...]
Non c'è nulla di permanente né sulla terra né in noi stessi.
La consapevolezza è dunque anche un'osservazione mentale.
È evidente infatti che devi osservare i tuoi pensieri, per accertarti che una parte di essi (le malefiche seghe mentali) smettano di prodursi. E insieme con i tuoi pensieri osserverai anche le tue emozioni e le tue sensazioni, ossia tutta la tua attività percettiva.
Quando avrai imparato a osservare le tue percezioni (le tue sensazioni, le tue emozioni, i tuoi pensieri), scoprirai tre cose.
La prima è che esse si producono automaticamente, indipendentemente dalla tua volontà (la tua volontà è impegnata a farti mantenere il ruolo dell'osservatore/trice).
E questa prima cosa la conosci già.
La seconda è che rimanendo in questo ruolo di osservatore/trice tu non sei più colpito/a nel profondo dalle tue sensazioni e dalle tue emozioni. Si attua cioè in te una sorta di distacco dalle tue sensazioni e dalle tue emozioni.
La terza è che rimanendo in questo ruolo di osservatore/trice il tuo pensiero rallenta la sua frequenza, gradualmente, fino a fermarsi.
Questa dunque è la fase finale e definitiva della presenza mentale, o meglio della consapevolezza, che ti permetterà di non farti più le seghe mentali, che le taglierà alla radice, impedendo loro di riprodursi.
L'assunzione del ruolo di osservatore/trice della tua attività percettiva ti darà il massimo rilassamento possibile nello stato percettivo normale, ossia la massima diminuzione possibile, nello stato percettivo normale, della tensione.
Nello stato percettivo straordinario della trance, scopo ultimo dello Yoga, la tensione è addirittura totalmente eliminata.
Ma questo è un limite che puoi benissimo fare a meno di raggiungere e vivere lo stesso benissimo una vita soddisfacente e felice.
Anzi, se ti accanisci a raggiungerlo, crei tensione e ricadi nella trappola della nevrosi (cioè delle seghe mentali). Il Buddha ha detto infatti che il vero distacco è quello che ci rende distaccati anche dal fine di raggiungere il distacco.
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Re: Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vit

Messaggioda Bron ElGram » mercoledì 12 agosto 2015, 8:39


Perché l'assunzione del ruolo di osservatore della tua attività percettiva ti permette di sciogliere la tua tensione e quindi di eliminare la tua sofferenza?
Perché il ruolo di osservatore è un ruolo totalmente passivo.
La tensione, che è una modalità dinamica dell'organismo, si forma in funzione del compimento di un atto. O meglio in presenza di un atto intenzionale. Proprio perché intendere a un atto da luogo appunto a una tensione.
Tensione e attività intenzionale sono fra loro conseguenti.
Ove cessa l'attività intenzionale, cessa anche la tensione.
Impara dunque a diventare passivo/a. O meglio, ricettivo/a.
Il ruolo dell'osservatore non comporta infatti l'intervento sulla dinamica percettiva: osservare non è intervenire.
Questo è fondamentale. Poiché lo scopo di tutta l'operazione è lo scioglimento della tensione, esso non può essere raggiunto se non viene realizzata una condizione di passività. Ogni intenzione di attività genera infatti tensione, come ti ho spiegato.
Se sei agitato/a dalla tensione, fai semplicemente questo: non opporti alla tua tensione, impara a osservarla; accettala e osservala. Non fare altro: osservala e aspetta che ti passi.
Se hai un raffreddore e sai che non c'è barba di medicina che riesca a fartelo passare, cosa fai? T'incazzi e ti tagli il naso? No, se non sei del tutto scemo/a. Aspetti semplicemente che ti passi. Be', fai lo stesso con la tensione, con la paura, con l'incazzatura, con l'avvilimento, con la sofferenza, con tutte le dannate emozioni negative: aspetta semplicemente che ti passino. E osservale.
L'essere osservate le mette a disagio come una signora che fa la pipì dietro un'auto nel parcheggio di un supermercato: cerca di fare più presto possibile a scaricarsi e a portare via le trippe. In questo modo la tua dinamica percettiva si modificherà spontaneamente, senza sforzo.
Il tuo pensiero discorsivo analitico (la famosa sega mentale) finirà per affievolirsi o addirittura per scomparire e sarà sostituito dall'intuizione, un pensiero sintetico che come un flash abbraccia in un attimo diversi ragionamenti, immagini, sensazioni ed emozioni. Una specie di funzione « turbo » del motore-cervello.
Acquisterai così una capacità di comprensione e penetrazione del mondo che ti circonda (comprese le persone, la cui personalità vedrai molto più chiaramente e immediatamente) superiore al normale.
Il pensiero intuitivo è infatti il mezzo attraverso il quale noi attuiamo la conoscenza (tutte le creazioni umane, da quelle artistiche a quelle scientifiche, sono infatti nate come intuizioni). Il pensiero analitico serve soltanto a comunicarla.
L'intuizione riuscirà più facile alle femminucce che ai maschietti, perché la parte femminile del cervello ha una propensione naturale a usare l'intuizione più che il ragionamento.
Impara dunque a osservare le tue sensazioni, le tue emozioni, i tuoi pensieri.
Diventa un/a osservatore/trice della tua vita, interiore ed esteriore.
Assumerai un distacco, nei confronti di situazioni, persone ed emozioni, che ti metterà al riparo da ogni attacco, da ogni frustrazione, da ogni sconfitta.
All'inizio sarà molto difficile, per te, farlo. Perché dovrai attivare una funzione cerebrale che normalmente non eserciti: la consapevolezza.
Ma vale la pena di fare uno sforzo.
Il Buddha ha parlato appunto di « retto sforzo ».
Lo stato di consapevolezza può infatti divenire consueto, o almeno frequente, mediante un atto di volontà opportunamente reiterato.
La ricompensa è la liberazione definitiva dalle seghe mentali, la felicità, quella vera, che non è la frenetica esaltazione che ti prende quando vieni a sapere che hai vinto un miliardo al totocalcio o che tua moglie è scappata con il macellaio, e che dopo qualche giorno ti passa, bensì la sicura pace interiore, la capacità di aderire alle cose, alle persone e alla vita senza conflitti, senza contrasti, senza dolore, in perfetta armonia; la capacità di goderti la vita, accettandola per quello che è, traendone il meglio e godendone consapevolmente ogni aspetto, anche il più modesto, assaporandone ogni istante, con la consapevolezza che è unico e irripetibile.
La liberazione definitiva e permanente dalle seghe mentali, o meglio la costante consapevolezza, è stata tramandata nella cultura orientale con il nome di illuminazione.
La famosa e misteriosa illuminazione è dunque soltanto questo: uno stato permanente di consapevolezza della realtà.
Non è cosa da niente, naturalmente.
Ma la sua straordinarietà non sta nello stato in se stesso, bensì nella sua durata.
Tutti siamo capaci di essere consapevoli qualche volta, ma pochi sempre.
Naturalmente anche lo stato di illuminazione è una mitizzazione.
Non si può infatti essere proprio sempre nello stato di consapevolezza.
Neanche il Buddha c'era (qualche volta s'incazzava pure lui).
Tuttavia vale la pena cercare di esserci il più a lungo possibile.
Perché trovarsi in quello stato significa sciogliere la tensione che è in noi, uscire dalla « condizione umana » di sofferenza continua.
Infatti lo stato di illuminazione è stato definito dal Buddha « la liberazione dalla condizione della sofferenza umana ».
Il segreto è: non farsi aspettative ma godersi la vita per quello che è.
Qualsiasi cosa sia.
E imparare ad amare.
Lo stato di illuminazione è più diffuso di quanto non si creda, negli esseri umani.
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Re: Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vit

Messaggioda Bron ElGram » giovedì 13 agosto 2015, 8:31


NOTE:
13 Il termine «meditazione» appartiene alla cultura occidentale ed è usato tradizionalmente in ambito religioso per indicare la pratica tipicamente monastica di rivolgere volontariamente il pensiero ad argomenti edificanti, quali i misteri della fede, l'insegnamento del Cristo, la vita dei Santi, ecc.
La pratica orientale del silenzio mentale, che è decisamente diversa da quella, è stata, soltanto per una somiglianza di atteggiamento esteriore, indicata con lo stesso termine. Più propriamente, dovrebbe essere denominata contemplazione.
Poiché tuttavia il termine « meditazione » è di uso comune, verrà qui mantenuto.
16 «I bimbi, di per sé, non sono mai concentrati su nulla. La loro coscienza è aperta in ogni direzione. Tutto viene accolto e nulla viene escluso. Il bambino è aperto a ogni sensazione; non vi è nulla che la sua coscienza rifiuti» (B.S. Rajneesh, Meditazione dinamica, op. cit., pagg. 15-16).
17 Diventare passivi e contemplativi, per noi occidentali, è particolarmente difficile: questo perché abbiamo il mito della produttività (una vera sega mentale). Con delle eccezioni: ad esempio i napoletani.
20 La tensione è infatti un potenziale elettrico che si genera fra i due poli del neurone e che interessa quindi, coinvolgendo diversi neuroni, un intero circuito neuronale. E la percezione deriva probabilmente appunto dall'assunzione di uno stato elettrico da parte dei circuiti neuronali.
25 Probabilmente, l'elettrificazione delle reti neuronali corrispondenti alla consapevolezza comporta non soltanto la riduzione ma addirittura la neutralizzazione dell'elettrificazione delle reti neuronali corrispondenti al pensiero. Questo fa presumere che la totalità dell'energia elettrica cerebrale tenda a rimanere costante, spostandosi semplicemente da un distretto all'altro del cervello.
26 La fisiologia ha accertato che esiste una differenza morfologica, e quindi funzionale, fra il cervello maschile e quello femminile: il primo presenta un maggiore sviluppo dell'emisfero sinistro, sede del linguaggio e del pensiero analitico, mentre il secondo presenta un maggiore sviluppo dell'emisfero destro, sede dell'intuizione e del pensiero sintetico. Possiamo quindi dire con un'approssimazione tipicamente giornalistica che c'è una parte maschile del cervello (emisfero sinistro) e una parte femminile del cervello (emisfero destro).
L'ironia è che la scienza, di cui gli uomini si sono per millenni sentiti unici artefici e depositali, è proprio un prodotto dell’intuizione cioè della parte femminile del cervello: quindi sono le donne le depositarie della conoscenza, che è pensiero sintetico; agli uomini spetta il pensiero analitico (che pare sia appunto un prodotto della parte maschile del cervello), il quale presiede non alla conoscenza bensì alla comunicazione (cioè al linguaggio).
28 È uno degli Otto Nobili Sentieri, il nucleo dell'insegnamento del Buddha: Retta Comprensione, Retto Pensiero, Retta Parola, Retta Azione, Retti Mezzi di Sussistenza, Retto Sforzo, Retta Presenza Mentale, Retta Concentrazione, come sono presentati dalla tradizione.
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Re: Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vit

Messaggioda Bron ElGram » venerdì 14 agosto 2015, 16:35


Capitolo settimo
Della consapevolezza: teoria


Veniamo dunque all'esame teorico della consapevolezza.
La consapevolezza è una funzione piuttosto complessa, dal punto di vista psicologico.
La consapevolezza è un processo in cui una parte della percezione ha come proprio oggetto la restante parte della percezione. Ossia un processo in cui la percezione percepisce se stessa.
Infatti, se tu sei consapevole delle tue sensazioni, delle tue emozioni e dei tuoi pensieri, sono essi a essere l'oggetto principale della tua percezione e non i loro rispettivi oggetti.
È in pratica il cervello che osserva se stesso, anzi il proprio stesso funzionamento.
Mi spiego meglio.
Se io percepisco un cavallo (non ha importanza se si tratta di una sensazione o di una immaginazione, ossia se il cavallo c'è davvero, davanti a me, o se me lo immagino soltanto), questa percezione, o processo percettivo, è composta di tre subpercezioni:
1) la percezione del cavallo come si presenta a me oggettivamente: oggetto percepito;
2) la percezione della reazione emotiva che io ho nei confronti del cavallo (ad esempio, di paura): contesto percettivo;
3) la percezione di me stesso, ossia l'autoimmagine che ho in quel momento di me stesso (ad esempio di individuo in pericolo): soggetto percipiente.
Nello stato comune della percezione ordinaria l'oggetto principale della percezione è banalmente il cavallo. In tale percezione sono tuttavia sempre presenti anche il contesto percettivo, o reazione emotiva, e la percezione dell'Io. Essi costituiscono una specie di contorno o modalità della percezione; non costituiscono però l'oggetto principale della percezione, che rimane il cavallo. L'attenzione del soggetto percipiente è cioè concentrata sul cavallo; si può dire che il « fuoco » della percezione è il cavallo.
Se però il « fuoco » della percezione si sposta sul contesto percettivo o sull'immagine dell'Io, sono essi, a divenire gli oggetti principali della percezione. Lo stato di consapevolezza consiste appunto in tale spostamento del « fuoco » della percezione.

Se l'oggetto percepito consiste in una comunicazione verbale, il suo significato è determinato da:
1) la consistenza oggettiva della comunicazione verbale, ossia il suo significato linguistico e il suo tono acustico, poniamo « Chi sei? » proferito con tono alto di voce (oggetto percepito);
2) l'immagine che il soggetto ha di se stesso in quel momento, poniamo un'immagine di individuo perseguitato (soggetto percipiente);
3) la reazione emotiva dell'Io all'oggetto percepito, poniamo l'attivazione di un programma di condizionamento di difesa, che si concreta in uno stato di tensione (contesto percettivo).
In definitiva, il significato dell'oggetto percepito che è stato determinato in questo caso è quello di minaccia.
Giovanni telefona a Lucia. Lucia, non riconoscendolo, gli chiede: «Chi sei?». Giovanni si sente una merda perché è stato appena lasciato da Lucia. E con questa domanda si sente ulteriormente rifiutato da lei. « Chi vuoi che sia? » risponde. « Sono io! » Con un'aggressione di difesa a una presunta (ma non reale) aggressione. E così si interrompe la comunicazione. Questi meccanismi sono consueti nella interazione quotidiana tra gli esseri umani. E sono alla base dei nostri problemi sociali.

Non sempre il significato attribuito da un soggetto a un oggetto è reale, cioè non sempre corrisponde alla reale consistenza dell'oggetto.
La nevrosi potrebbe definirsi da questo punto di vista come la cronicizzazione dell'attribuzione di significati non reali agli oggetti da parte del soggetto nevrotico.
Vale qui la legge psicologica scoperta implicitamente dalla psicologia orientale ma ripresa esplicitamente nella psicosintesi di Roberto Assagioli: Noi siamo dominati da ciò con cui ci identifichiamo, ma dominiamo ciò con cui non ci identifichiamo.
La consapevolezza non è una funzione sempre attiva. Anzi, per la maggior parte della nostra vita non lo è affatto. Vi sono persone che non attivano mai questa funzione. Esse sono le persone più vicine allo stadio animale preumano. Il processo cerebrale della consapevolezza è infatti un risultato dell'evoluzione del cervello umano.
L'essere umano è comunemente in grado di attivare il processo della consapevolezza, anche se soltanto occasionalmente.
A volte, il processo della consapevolezza si attiva spontaneamente, come nel caso di un incidente grave: ti ritrovi a guardarti dall'esterno, per così dire, e ti vedi agire come se fossi un altro. Questo fa pensare che tale processo costituisca per il nostro organismo una specie di processo di difesa, una sorta di spersonalizzazione che mettendo momentaneamente in pensione l'Io impedisce che esso subisca e introietti nell'inconscio ferite narcisistiche che ne possano compromettere l'equilibrio e quindi la sopravvivenza: una specie di valvola di sicurezza della tensione, che non deve oltrepassare il punto oltre il quale essa diviene un atto di autooffesa.
Anche il fatto che tale processo si attivi nel caso dell'assunzione di sostanze stupefacenti (non soltanto l'eroina e la morfina ma anche l'alcol e la nicotina) depone appunto per un processo cerebrale di difesa, simile all'inibizione del dolore causata dalle stesse sostanze.
Non a caso in quasi tutte le cerimonie religiose dell'antichità gli officianti assumevano sostanze stupefacenti per raggiungere una condizione di spersonalizzazione e quindi di visione transpersonale.
Lo stato di consapevolezza è dunque un fenomeno ordinario, anche se non frequente.
Non è un'esperienza straordinaria infatti, per quanto eccezionale, il divenire consapevoli del proprio stato emotivo o della propria autoimmagine in una determinata situazione particolarmente carica di tensione emotiva. Essa fa comunque parte della percezione ordinaria. Non richiede l'assunzione di uno stato di trance.
Abitualmente, tuttavia, l'esperienza della consapevolezza si presenta come un flash, ha cioè una durata brevissima o comunque temporanea. Questo, se rimane un processo spontaneo.
Ma come tutte le funzioni umane, anch'esso è in realtà un processo involontario/volontario.
Noi siamo in grado, cioè, di attivare il processo della consapevolezza volontariamente, mediante un atto di volontà.
Dobbiamo soltanto pensarci.
E sufficiente infatti che spostiamo la nostra attenzione dall'oggetto della percezione alla modalità della percezione stessa, cioè alla nostra reazione emotiva o all'immagine che abbiamo di noi stessi in quel momento.
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Re: Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vit

Messaggioda Bron ElGram » sabato 15 agosto 2015, 17:45


Rimangono da spiegare i due fenomeni che caratterizzano lo stato di consapevolezza e che ne fanno una risoluzione così potente della tendenza nevrotica (cioè delle cosiddette «seghe mentali»): il distacco dalla reazione emotiva e la dissoluzione del pensiero analitico.
Entrambi si spiegano con lo spostamento del centro di identificazione del soggetto da un campo rappresentativo dinamico a un campo rappresentativo statico.
Il distacco, importante per l'igiene mentale perché si risolve in un non rafforzamento delle tracce mnestiche delle reazioni emotive (cioè della tensione) e quindi nella sua non introiezione a livello inconscio (in quanto la reazione emotiva rimane a livello superficiale), è infatti dovuto allo spostamento del centro di identificazione del soggetto dalla reazione emotiva all'autoimmagine dell'Io. Per esempio, se io dico che sei un pezzo di merda, tu hai una reazione che si registra nella tua memoria e si riproduce nella tua mente nei giorni successivi. Se sei molto fragile, finirai per sentirti davvero un pezzo di merda. Se invece sei distaccato, subisci l'aggressione, ma non la registri e quindi essa non avrà alcuna conseguenza in te.
La reazione emotiva registrata in memoria si concretizza in un processo organico (soprattutto l'attività delle ghiandole endocrine e la contrazione muscolare), ossia in un atto o in una serie di atti. La sua rappresentazione soggettiva assume la forma di un processo dinamico. Il nostro linguaggio ha colto la sua essenza quando la definisce « agitazione ».
L'autoimmagine dell'Io consiste invece in una rappresentazione statica.
È proprio la staticità dell'autoimmagine dell'Io, con la quale il soggetto si identifica, che tende ad abbassare il livello di tensione proprio della reazione emotiva. Infatti la staticità rappresentativa dell'autoimmagine dell'Io costituisce una controtendenza rispetto alla rappresentazione dinamica della reazione emotiva. Ad esempio, se io mi sento un buddha, e non mi identifico con la mia reazione emotiva ma con una personalità, la reazione emotiva non si registra e non produce effetti negativi. In questo caso il mio Io non viene toccato dall'aggressione.
La dissoluzione del pensiero analitico, importante perché con essa si elimina la tendenza nevrotica, è dovuta allo spostamento del centro di identificazione del soggetto dallo stesso processo del pensiero analitico (percezione ordinaria) al ruolo dell'osservatore (consapevolezza). E anche qui, mentre il primo costituisce un campo rappresentativo dinamico, il secondo costituisce un campo rappresentativo statico.
È come se l'energia psichica, che normalmente nella percezione ordinaria è concentrata sul processo del pensiero analitico (per cui esso risulta autoalimentato) si spostasse altrove (sul ruolo dell'osservatore) e quindi lo privasse della propria forza.
Evidentemente il campo rappresentativo nel quale si costituisce l'autoidentificazione del soggetto viene investito dell'energia psichica necessaria a renderlo attivo. Essa viene quindi sottratta agli altri campi, che tendono a divenire inattivi.
Lo stato di consapevolezza costituisce dunque un processo complesso ma importantissimo, ai fini della prevenzione (e in taluni casi non gravi anche della terapia) della nevrosi.
Non a caso le culture antiche - e segnatamente quella orientale (che non era comunque esente dalla tendenza nevrotica, se ha elaborato tecniche per eliminarla), caratterizzata ancora oggi nella sua globalità da un'economia principalmente rurale e artigianale - utilizzano lo stato di contemplazione (che a noi sembra di fannullaggine) come antidoto alla frustrazione quotidiana. E di fatto la nevrosi è molto meno diffusa. Chi ha viaggiato in Oriente, dall'India all'Indonesia, dalla Thailandia alla Cina, non può non avere notato una maggiore generale diffusione della distensione e del sorriso fra quelle popolazioni che, più povere di noi, sembrerebbero avere invece più problemi di sopravvivenza.
Nell'ambito della cultura italiana esiste un'area culturale legata ad antichi schemi percettivi e comportamentali di origine probabilmente orientale: la cultura napoletana, che ha come sua caratteristica tradizionale proprio il processo, da parte dei soggetti, di oggettivazione del proprio stato psichico e del proprio Io, o meglio del proprio ruolo sociale, ossia un vero e proprio processo di autoosservazione e quindi di consapevolezza.

NOTE
8 In generale, i poveri sono più felici dei ricchi. Incredibile ma vero. Forse è una vendetta della natura. Altrettanto incredibilmente, però, gli stessi poveri fanno di tutto per diventare ricchi e i ricchi fanno di tutto per rimanere (e anzi, potendo, per diventarlo ancora di più) ricchi e quindi infelici. Va' a capire il mondo!
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