Riflessioni da LA PRATICA DELLA SAGGEZZA - DALAI LAMA

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Riflessioni da LA PRATICA DELLA SAGGEZZA - DALAI LAMA

Messaggioda Bron ElGram » lunedì 24 settembre 2018, 20:33


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E' importante aspirare a diventare un essere umano buono, generoso.

Prima prendere rifugio nei Tre Gioielli e poi impegnarsi a formarsi una mente altruistica che desidera ottenere piena illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri.

Non si deve avere una fede cieca senza alcun senso critico. Piuttosto l'oggetto della devozione dev'essere scoperto tramite una comprensione personale basata sull'analisi critica. Una fiducia e una fede sviluppate sulla base della ragione saranno certamente molto ferme e salde.

Sia la fede sia l'intelligenza sono elementi essenziali per il nostro sviluppo spirituale e dei due la fede ne costituisce le fondamenta. Parimenti affinché la fede possa davvero guidare il nostro progresso spirituale, abbiamo bisogno dell'intelligenza, facoltà che ci permette di conoscere il giusto sentiero e coltivare una profonda visione interiore.

Il testo radice analizzato è "Saggezza" il nono capitolo de La Via del Bodhisattva (Bodhicharyavatara) scritto nel VIII secolo dal maestro indiano Shatindeva.

Tutti noi, in quanto esseri umani con sentimenti e coscienza, istintivamente aspiriamo alla felicità e cerchiamo di evitare la sofferenza. Insieme a questa tendenza innata abbiamo anche il diritto di raggiungere questi fondamentali traguardi. Indipendentemente dal fatto se avremo o no successo, tutte le nostre azioni sono volte al raggiungimento di questi desideri fondamentali. E’ anche il caso di tutti noi che cerchiamo la liberazione spirituale, sia essa il nirvana o la salvezza, sia che si creda o meno nella reincarnazione.

Un elemento peculiare la tradizione buddista è la comprensione che esiste una profonda diseguaglianza tra la nostra percezione della realtà e il modo in cui le cose effettivamente esistono. Questa diseguaglianza, che si trova proprio nel cuore del nostro essere, conduce a una lunga serie di problemi psicologici, disturbi emotivi, frustrazioni: in una parola, alla sofferenza.

Nella vita di tutti i giorni siamo continuamente esposti a situazioni in cui ci sentiamo ingannati e disillusi. Uno degli antidoti più efficaci a queste situazioni è lo sviluppo consapevole della conoscenza, l’ampliamento delle nostre prospettive e il sentirci più in sintonia col mondo. Così saremo sempre più in grado di affrontare le avversità e di non trovarci in uno stato di continua frustrazione e delusione.

Abbiamo bisogno di coltivare un’autentica comprensione della più intima natura del reale. Quando il Buddha fece il suo primo discorso pubblico dopo aver raggiunto la piena Illuminazione, operava all’interno del quadro delle Quattro Nobili Verità, vale a dire la Verità della sofferenza, dell’origine della sofferenza, della cessazione della sofferenza e del sentiero che conduce alla cessazione della sofferenza. Il cuore dell’insegnamento delle Quattro Nobili Verità è il principio di causa ed effetto, grazie al quale si possono dividere le quattro verità in due coppie, aventi ognuna una causa e un effetto.

Il Buddha spiegò che la vera natura della mente è la purezza. Da questo punto di vista i nostri vari turbamenti emotivi e psichici sono occasionali e non fanno parte dell’autentica natura mentale e quindi possono essere rimossi.

Per un praticante buddista l’obiettivo ultimo del percorso spirituale è il raggiungimento del nirvana, lo stato mentale purificato di ogni illusione e confusione.

Nel suo testo I quattrocento versi della Via di Mezzo (Chatuhshatakashatra), Aryadeva presenta una specifica procedura per il sentiero che conduce all’Illuminazione:

1. Astenersi dalle azioni negative e mantenere una vita eticamente corretta:

2. Contrastare gli effetti degli stati mentali negativi e confusi così come si manifestano nel nostro comportamento;

3. Cercare di ottenere una visione profonda della vacuità e dell’assenza di natura inerente dei fenomeni;

4. Eliminare definitivamente tutte le false visioni così come anche il più piccolo ostacolo all’autentica conoscenza.


I Tre Gioielli sono Buddha, Dharma e Sangha. Quando si prende rifugio in questi Tre Gioielli, il primo impegno è quello di condurre una vita in accordo con al legge di causa effetto valida sotto il profilo etico. Vale a dire ce ci impegnano ad astenerci dalle tre azioni negative del corpo (uccidere, rubare, condurre una vita disdicevole vita sessuale), dalle quattro azioni negative della parola (mentire, seminare discordia, parlare con ostilità, spettegolare), dalle tre azioni negative della mente (cupidigia, volontà di far del male, errate concezioni). Il secondo passo consite nel superare l’attaccamento alla concezione del Sé e di un’esistenza dotata di una natura inerente. Questo stadio dapprima comporta la pratica dei tre addestramenti superiori (disciplina etica, meditazione, saggezza). Nella terza e finale fase, dobbiamo superare non solo i nostri stati mentali negativi ma anche le predisposizioni che essi hanno creato.

Si può raggiungere lo stadio finale grazie a una combinazione della visione profonda che permette di comprendere la vacuità (l’effettiva natura del reale) con compassione universale.

Per avere successo nel nostro cammino spirituale dobbiamo unire la comprensione della vacuità con i mezzi abili del raggiungimento dell’Illuminazione: fattori come l’aspirazione altruistica a ottenere la condizione di Buddha per la salvezza di tutti gli esseri senzienti, la compassione universale e la gentilezza amorevole.
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