Vita da cristiani a Nomadelfia: niente denaro e figli in aff

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Vita da cristiani a Nomadelfia: niente denaro e figli in aff

Messaggioda Bron ElGram » giovedì 10 maggio 2018, 18:56


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Vita da cristiani a Nomadelfia: niente denaro e figli in affido
Viaggio nella comunità di Grosseto che si ispira agli Atti degli Apostoli: aboliti l’uso dei cognomi e i voti a scuola. Non sono ammesse le liti


Davanti alle case non ci sono campanelli né citofoni. Né cancellate. Non ce n’è bisogno. Sono tutte sempre aperte per tutti. E non sono «di qualcuno». Siamo sulle colline della Maremma toscana in cui «non esiste proprietà privata». Il primo che incontriamo è Francesco Matterazzo. Abbandoniamo subito l’uso del cognome: ce lo chiede lui, spiegandoci di essere «Francesco di Nomadelfia» e basta. Ecco i motivi: «Tra noi non lo usiamo, così diamo risalto al battesimo; e poi perché ci sono figli in affidamento, non vogliamo evidenziare la loro diversità di origine».




Francesco è il presidente di Nomadelfia (neologismo dal greco che significa «dove la fraternità è legge»), la comunità di cattolici - oggi circa 300 - che vivono adottando uno stile ispirato agli Atti degli Apostoli. Per la Chiesa, Nomadelfia è una parrocchia – istituita da papa san Giovanni XXIII nel 1962 - formata da famiglie e laici non sposati, fondata da don Zeno Saltini (1900 - 1981); per la Repubblica italiana è un’associazione privata di cittadini. Don Zeno ha creato Nomadelfia negli Anni 30, il primo riconoscimento ufficiale è del 1948. Oggi è nel territorio del comune di Grosseto. È formata dai nomadelfi, che sono solo coloro che, compiuti i 21 anni, scelgono di aderire al modello di vita della «Chiesa delle origini». In Nomadelfia non si usa denaro, e chi guadagna qualcosa fuori dalla comunità lo versa a questa. La comunità dà a ciascuno i beni di cui necessita. Una delle persone che si occupa della distribuzione è Lorenzo. Ci porta nel magazzino in cui si preparano e conservano le provviste, mostra le prenotazioni di cibo e generi vari effettuate dalle famiglie, che riceveranno l’occorrente a domicilio.

Le famiglie accolgono ragazzi in affido. Nel 1941 si presentò da don Zeno Irene Bertoni: sarà la prima «mamma di vocazione». Dopo di lei ecco altre donne pronte a rinunciare a una propria famiglia per accogliere come figli bambini e ragazzini orfani. Alda è una storica mamma di vocazione: «Ho avuto una quindicina di figli, ma c’è chi ne ha avuti sessanta». Cristina è arrivata qui nel 1948. Aveva 7 mesi: «Mi aveva accolta Luisa. Oggi ho 70 anni e accudisco Dina, che ha una grave disabilità. Dina è il senso della mia vita».



Il Presidente (eletto), classe 1959, invece è arrivato qui «dopo un’esperienza di seminario». E qui è nato suo figlio Paolo, che oggi ha 30 anni ed è il capo dell’ufficio stampa. Racconta che ogni giorno verso le 17,30 «c’è il “momento di cultura”, durante il quale ascoltiamo discorsi di don Zeno o del Papa e facciamo dei confronti comunitari. Lo guida un prete successore di don Zeno, don Ferdinando Neri».



In ogni gruppo di case vivono «famiglie allargate», quattro-cinque nuclei familiari - una trentina di persone - che condividono gli spazi della quotidianità. Hanno una casa centrale per cucinare, mangiare, fare attività comune; si dorme in casette separate. Entriamo in un’abitazione. Clara, 32 anni, sta preparando in teglie enormi la pizza per stasera. Clara è qui da dieci anni: «Mi aveva portato un amico prete. Ho deciso di fermarmi e oggi sono felice».



Tra pullman marchiati Nomadelfia, allevamenti bovini e anche di struzzi, uffici amministrativi e le frequenze di Radio Televisione di Nomadelfia, arriviamo alla scuola. E’ «fatta dalle famiglie, per garantire un’unità educativa cristiana», dice Francesco. È un istituto che ha eliminato i voti «per evitare la competizione tra i ragazzi e per aiutarli a camminare insieme». Non è riconosciuta dallo Stato, e dunque i figli devono poi fare l’esame nelle scuole pubbliche. E per le superiori i nomadelfi sono aiutati da insegnanti esterni, «che vengono da volontari».



Per quanto riguarda il lavoro, «non c’è alcun dipendente o padrone. Ci sono dei responsabili – scelti dalla presidenza - per ogni attività, ma nessuno riceve una paga più alta degli altri». Si lavora soprattutto la terra: agricoltura biologica, con tanto di stalle, cantina, frantoio, caseificio.



La vita sociale è governata da dieci «organi costituzionali». Non sono ammesse liti e i contrasti si risolvono «con la correzione fraterna» e il perdono dopo l’esame di un «Consiglio dei Giudici».



Susanna è nata qui nel 1992. Non ha mai avuto dubbi di restare, «nemmeno nell’adolescenza, durante la quale ho solo avuto qualche momento di riflessione che poi ha fruttato la scelta di rimanere per sempre». Susanna illustra come si diventa nomadelfi: «Tutti, compresi i figli di nomadelfi, devono fare un periodo di prova di tre anni. Al termine, se accettati, firmano la Costituzione sull’altare davanti a tutto il popolo». E chi si fa nomadelfo «si impegna per tutta la vita», scandisce Susanna. Con un sorriso grande e fiero.

http://www.lastampa.it/2018/05/10/itali ... agina.html
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