Torino Film Festival, sarà Gipi a disegnare il manifesto del

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Torino Film Festival, sarà Gipi a disegnare il manifesto del

Messaggioda Bron ElGram » martedì 31 gennaio 2017, 14:10


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Torino Film Festival, sarà Gipi a disegnare il manifesto dell'edizione numero 35

Il fumettista-regista oggi al Circolo dei Lettori presenta l'ultima graphic novel e prepara l'iimagine guida della kermesse

di CLARA CAROLI


Quando si chiacchiera con Gipi sembra di stare in uno dei suoi film strampalati. «A Torino mi ci sono tagliato i capelli, una volta - dice - da un vecchio barbiere». Gianni Pacinotti, cioè Gipi, è di ritorno a Torino (dove ha esordito nel 2011 come regista con “L’ultimo terrestre”, in concorso al Tff, il Torino Film Festival) per presentare la nuova graphic novel “La terra dei figli”, edita da Coconino Press-Fandango, stasera alle 21 al Circolo dei Lettori in un dialogo con lo scrittore e direttore del Salone del Libro, Nicola Lagioia. L’opera segna un’evoluzione di stile e di contenuti. «Sono sempre in fuga, non so perché - dice Gipi - Ho il vizio di scappare, da un libro all’altro. Se trovo una forma che mi funziona, in quello dopo ne cerco un’altra. A 53 anni non ho più voglia di parlare di me, di fare un libro con il racconto di robe personali. Anche perché è la cosa che oggi fanno tutti, in continuazione, sui social. Quindi io, che voglio fare lo strano, togliendomi di mezzo compio un atto quasi rivoluzionario».

Considerato l’erede di Pazienza, dopo aver creato il manifesto del 31° Tff («Quando era direttore Paolo Virzì», ricorda), Gipi firmerà anche l’immagine guida del prossimo Salone del Libro. «Ci sto lavorando - spiega - Con Nicola Lagioia ci siamo incrociati spesso, coltiviamo una stima reciproca a distanza».

“La terra dei figli” è un racconto post apocalittico che ricorda “La strada” di Cormac McCarthy: l’odissea di un padre e due figli in un mondo desolato dopo la catastrofe. Cos’ha di particolare questo libro rispetto ai precedenti?
«Ho voluto mettermi alla prova su una trama, senza che la voce narrante portasse per mano il lettore. Ci sono parti oscure, cose non dette. I miei libri passati, ai quali voglio molto bene, erano in fondo richieste di affetto, come tutte le opere autobiografiche, anche quando cerchi di metterle nel modo più storto e autoironico possibile per staccarle da te. Invece qui si racconta una storia, solo attraverso le immagini e con pochi dialoghi».

Il bianco e nero, lo stile così scarno, la trama, sono il frutto di una sorta di pessimismo, di uno sguardo cupo sul futuro?
«Io spero di non fare mai storie pessimiste. E poi succede una cosa strana nel racconto a fumetti: sembra che tutto si santifichi. A me pare che anche quando racconto storie particolarmente cupe o mortifere o brutali, con il disegno tutto diventi aria buona. Pessimismo non ce n’è, però è vero che ho giocato su alcuni aspetti della contemporaneità portandoli alle estreme conseguenze».

Perché la graphic novel è così efficace nel raccontare la contemporaneità?
«Non credo che la graphic novel abbia un vantaggio rispetto al cinema o alla letteratura. Per quanto mi riguarda è il mio linguaggio, è qualcosa che non ho scelto. Non sono nemmeno un appassionato di fumetti. È proprio una roba che ho, come un difetto congenito ».

Come vengono fuori le storie?
«Il 90 per cento del mio tempo lo passo con la testa tra le nuvole. Le storie mi arrivano così, con il disegno e le parole insieme. Per quest’ultimo
libro ho avuto delle visioni, delle vere e proprie allucinazioni: ho visto delle cose, non sapevo ancora cosa fossero».

Ha un rapporto particolare con Torino?
«Devo essere onesto, non ce l’ho. Ma tutte le volte che ci vado mi piace moltissimo. Questa volta vorrei visitare il Museo Egizio. Per gli egizi ho una assoluta passione».

http://torino.repubblica.it/cronaca/201 ... 157273799/
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