E D’Alema disse a Cuccia: «Per cambiare il futuro di Medioba

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E D’Alema disse a Cuccia: «Per cambiare il futuro di Medioba

Messaggioda Bron ElGram » martedì 9 maggio 2017, 13:32


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E D’Alema disse a Cuccia: «Per cambiare il futuro di Mediobanca scegliete Draghi»
Un brano dal libro di Ferruccio de Bortoli «Poteri forti (o quasi). Memorie
di oltre quarant’anni di giornalismo»(La nave di Teseo), in libreria dall’11 maggio
- Ritratti, ricordi, passioni. L’Italia nella vita di un giornalista di Venanzio Postiglione

La privatizzazione di Telecom, nel 1997, può essere considerata un punto di svolta nella storia industriale del paese. Era la condizione per poter entrare nell’Unione monetaria. Il ticket dell’ammissione. Salato. Prevista dall’accordo Andreatta-Van Miert. Il gruppo Agnelli vi partecipò distrattamente, con l’Ifil che ebbe una quota modesta del cosiddetto «nocciolino». Cesare Romiti era favorevole a una maggiore diversificazione del gruppo torinese: «Ma Agnelli voleva concentrarsi sull’auto e la famiglia temeva che fosse un modo attraverso il quale avrei potuto espropriare l’azienda». «Telecom all’epoca era la migliore d’Europa», ricorda Fabiani, «dava lavoro a centomila persone, non aveva debiti, fu la prima a introdurre la fibra ottica». E, aggiungiamo noi, aveva contribuito a rendere l’Italia – insieme alla Omnitel generata dalla Olivetti – il paese europeo più avanzato, competitivo e efficiente nel settore della telefonia cellulare. La designazione del primo presidente della Telecom privata, Gian Mario Rossignolo («un estraneo al business», lo definisce Fabiani), fu la prova della scarsa volontà dei nuovi azionisti, che in totale controllavano solo il 6 per cento. Insomma, dei privatizzatori controvoglia. Con il braccio corto. E scelsero la persona sbagliata. La debolezza azionaria esporrà il gruppo alla famosa scalata dei «capitani coraggiosi», guidati da Roberto Colaninno che, nel febbraio del 1999, lanciò un’opa da 100 mila miliardi di lire. Il presidente del consiglio, Massimo D’Alema, convocò una riunione con il ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, il titolare dell’Industria, Pierluigi Bersani e quello delle Finanze, Vincenzo Visco. Era stato chiesto alla Guardia di finanza di indagare sui componenti della cordata, senza trovare nulla. Si decise, con una lettera di Ciampi all’allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi, l’atteggiamento che il governo, in parte azionista, avrebbe avuto nella vicenda. Un’operazione di mercato, certo. Ma avventata perché caricava inesorabilmente di debiti, per il 70 per cento dell’Opa, la società. Un’operazione finanziata con il debito bancario e con l’incasso ottenuto dalla cessione di Omnitel e di Infostrada ai tedeschi di Mannesmann e con un aumento di capitale della Olivetti per 2,6 miliardi di euro. Un ruolo decisivo lo ebbe, come advisor, Mediobanca. Ricordo, come esemplare di una nuova era un po’ muscolare e aggressiva, l’episodio del tappo di champagne che esce da una finestra di Mediobanca, durante i festeggiamenti per il successo dell’offerta. Carlo Mario Guerci, economista consulente dell’operazione, ne andava fiero: «Si sono aperte le finestre del capitalismo». Potevano tenerle chiuse, risposi.

Qui si compie un passaggio decisivo nel cambiamento di pelle dell’istituto di via Filodrammatici. Un segno del declino, anche nel giudizio di Cesare Geronzi che di Mediobanca sarà poi presidente. Massimo D’Alema, presidente del consiglio dal 1998 al 2000, aveva avuto l’opportunità di conoscere Cuccia a casa di Alfio Marchini. E negli incontri si era parlato anche del futuro dell’istituto e della determinazione del presidente onorario di vedere il proprio delfino, Vincenzo Maranghi, come suo naturale successore. Il potere peraltro lo aveva già di fatto in mano. Cuccia andò una volta a trovare D’Alema a palazzo Chigi, insieme a Maranghi, ma decise di non farlo entrare nello studio del capo del governo. Lo lasciò fuori. «Sì è vero», ricorda D’Alema, «volle parlare a tu per tu con me. Discutemmo del futuro di Mediobanca. Io gli proposi come presidente Mario Draghi. A mio parere, l’istituto doveva cambiare pelle e ridisegnare il capitalismo italiano. Non poteva limitarsi a essere la cassaforte che garantiva il controllo di pochi grandi gruppi. Gli dissi: normalizzatevi e la persona giusta è Draghi». E il presidente onorario di Mediobanca come reagì? «Apprezzava Draghi ma difese Maranghi, con affetto quasi paterno, mi descrisse il suo carattere di uomo mite ma determinato. E poi mi chiese di farlo entrare». Cuccia morirà poco dopo, il 23 giugno 2000. Nella ricostruzione di Geronzi, Cuccia accettò di sostenere l’opa dei «capitani coraggiosi» in cambio della continuità di Mediobanca. «Io non chiesi a Cuccia di sostenere Colaninno», aggiunge D’Alema, «e ci tengo a dire in questa circostanza, perché di leggende sulla Telecom ne ho lette molte, che non conoscevo nessuno dei protagonisti dell’Opa. Colaninno l’ho conosciuto in seguito. Cuccia mi disse che la situazione era insostenibile, che l’azienda andava malissimo, senza una vera proprietà. Cuccia riteneva insopportabile l’arroganza di Umberto Agnelli. Volevano che impedissi l’Opa. Chiedemmo un parere al consiglio di stato, c’era un problema di normative europee. La scelta del governo, anche per la propria quota, fu di neutralità. Né aderire né sabotare. Si scatenò il finimondo. De Benedetti, in odio a Colaninno, fece il diavolo a quattro. E sa chi fu l’unico a non fare pressioni? L’avvocato Agnelli, il quale mi disse che l’establishment di questo paese, mediocre e vendicativo, lo definì così, me l’avrebbe fatta pagare».

Nel 2001 la quota degli scalatori, con un’ingente plusvalenza, verrà rilevata dalla Pirelli di Marco Tronchetti Provera e da Edizione dei Benetton. A un prezzo elevato, seppur in linea con i multipli dell’epoca, corretto dopo lo shock planetario delle Torri Gemelle. Tronchetti fu sfortunato, non amato dal centrosinistra, ma commise anche degli errori. «Gli dissi un giorno», ricorda ancora Geronzi, «che non era un imprenditore. Era un buon manager e ha trattato bene con i cinesi di ChemChina, salvaguardando il suo ruolo». Il debito di Telecom al 30 settembre 2001 era di 22,6 miliardi, mentre quello di Olivetti era di 17,8. Complessivamente gravava sul gruppo un debito di 40,4 miliardi. Alla fine del 2004, prima della fusione fra Telecom e tim, era sceso a 32,8. Nel 2007, al termine della gestione Tronchetti, era di 35,7 miliardi. Gilberto Benetton ammette oggi che l’investimento in Telecom fu un grosso errore. «Ma può capitare». La perdita? Circa due miliardi. Del resto il suo gruppo è stato il protagonista delle privatizzazioni meglio riuscite. Ha pagato 2150 miliardi di lire nel 1994 con Del Vecchio, Mövenpick e Crediop, per l’acquisto di sme (gs e Autogrill), strappando il gruppo alla Rinascente degli Agnelli e a Ferrero e comit. «Ricordo che un giorno», continua Benetton, «chiamai Umberto Agnelli perché noi volevamo solo Autogrill, la grande distribuzione non ci interessava. E lui mi rispose che Autogrill l’aveva già promessa a un fondo inglese. Ma non era vero, era solo un modo per tenerci lontani. Il gruppo Agnelli, nelle privatizzazioni, non aveva molta voglia di pagare». Benetton ricorda per esempio che per Autostrade, società senza debiti, non c’era una grande corsa. Le privatizzazioni tutti le chiedevano, tra gli industriali, pochi però erano pronti a mettere mano al portafoglio e rischiare in proprio. Afferma ancora Coltorti che le privatizzazioni furono viste da gran parte dell’impresa privata italiana come un affare eminentemente finanziario, raramente industriale.
La dimostrazione che i poteri forti del paese hanno un corpo gracile, mascherato dalla sicumera degli atteggiamenti e da una certa miopia strategica, è palese nella stagione dei cosiddetti «furbetti del quartierino». Gianpiero Fiorani, Stefano Ricucci e compagnia furono lasciati operare a lungo nella distrazione generale. Finanziati allegramente dalle banche, e non solo dalla Popolare di Lodi, poi travolta dallo scandalo. Con un certo compiacimento di alcuni settori dell’industria e della politica – in particolare il centrodestra di Silvio Berlusconi – perché erano utili strumenti per diversi regolamenti di conti all’interno del sistema. Davano l’assalto ai cosiddetti «salotti buoni», scuotevano l’albero immobile, appesantito di un capitalismo di relazione. E sembravano anche paladini del mercato. Ricordo una dichiarazione di Fedele Confalonieri al quale, dopotutto, Ricucci, il «dentista di Zagarolo», stava simpatico. Era un outsider, un po’ come lo era stato il suo amico Silvio. La storia è nota con le inchieste sull’Antonveneta, il coinvolgimento del governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio. Meno noto è il momento in cui Cesare Geronzi e Giovanni Bazoli affrontarono la questione Ricucci, che aveva ormai rastrellato, nel 2005, il 20 per cento di Rcs ed era disposto a vendere le proprie azioni alla bellezza di 7 euro. Geronzi e Bazoli decisero di non comprare. «Le azioni sono certamente in garanzia al debito che ha contratto», è stato il loro ragionamento. I soldi a Ricucci li aveva dati Fiorani, banchiere considerato tra i più dinamici anche da molti suoi titolati colleghi. L’omertà bancaria era diffusa allora come oggi. Ma chi aveva garantito per loro? Chi li aveva spinti a dare l’assalto alla Rcs? Se ce l’avessero fatta avrebbero puntato dritti su Torino. La Fiat era nel suo momento di massima difficoltà dopo la morte dell’Avvocato e del fratello, il 27 maggio 2004, ed erano appena state respinte le mire dell’amministratore delegato Giuseppe Morchio sul potere e sugli assetti azionari nel gruppo. Gianluigi Gabetti ricorda di aver convocato un consiglio straordinario nel cimitero di Villar Perosa, a esequie di Umberto appena terminate, per rispondere alle pretese di Morchio. Se i giornali non avessero fatto inchieste e pubblicato commenti (si veda il mio fondo su «Il Sole 24 Ore» del 15 aprile 2005 dal titolo Il mercato e il teatro delle ombre), quella compagnia di raider avrebbe occupato la scena dell’economia e della finanza italiane, guardata con simpatia da una parte della politica allora al potere. L’Opa di Unipol su Bnl ebbe come risultato finale il passaggio della banca nell’orbita di Bnp Paribas e la conferma pluriennale della presidenza di Luigi Abete. La disprezzata economia cooperativa («si occupino dei supermercati», dissero Amato e Montezemolo) poi verrà chiamata da Mediobanca per salvare Sai-Fondiaria dal crollo di Ligresti.

http://www.corriere.it/cultura/17_maggi ... 4736.shtml
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